Cerca
  • peppepaletta

La lenta agonia di Nardodipace

Chi meglio di un indigeno, ora un pò meno indigeno a dire il vero perchè trasferitosi a Soveria Mannelli dove ha costruito la sua nuova vita con Mariateresa e Giuseppino, può descrivere la meraviglia disincantata di un luogo e del suo popolo. Per toccare con mano Nardodipace vecchio e nuovo riporto questo bel racconto del mio collega Antonio Cavallaro apparso qualche anno fa sul Quotidiano del Sud, ma quanto mai attualissimo e calzante... Grazie Antonio.

“Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque.”

È l’immagine di una terra instabile che frana e che si muove trascinata dall’acqua che apre, non a caso, “Gente in Aspromonte” di Alvaro, il più celebre racconto della letteratura calabrese.

L’acqua racchiude in sé morte e vita, distruzione e rinascita, allontanamento e ricongiunzione e questa sua intrinseca ambivalenza ha da sempre caratterizzato il rapporto che con essa hanno i calabresi.

In un romanzo pubblicato nel 1959 (di prossima ripubblicazione per i tipi di Rubbettino) e intitolato “C’e ancora una stella” lo scrittore calabrese Serafino Maiolo racconta di un lungo periodo di siccità cui gli abitanti del paese, che fa da sfondo al racconto, tentano di porre rimedio con una solenne processione della statua del Santo protettore. Il rito propiziatore sembra fare effetto: presto le nubi si addensano all’orizzonte e cominciano a cadere le prime gocce di pioggia. Il temporale però non si arresta e si trasforma in un nubifragio che mette in ginocchio il paese.

Un beffardo gioco della sorte che, però, è storia comune per molti centri abitati della Calabria, i quali, come raccontano i fatti di questi giorni, si trovano spesso a dover combattere non tanto la scarsezza d’acqua, quanto la furia della sua eccessiva e incontrollata abbondanza.

L’acqua è all’origine di molti insediamenti abitativi in Calabria. La toponomastica della regione fa spesso riferimento a sorgenti o fiumi: Fiumefreddo, Acquaformosa, Acquavona, Lago, Acquappesa…

La presenza di sorgenti d’acqua è talvolta all’origine della fondazione di importanti monasteri: dalla Certosa di Santo Stefano a Serra San Bruno, al convento di San Francesco a Paola, all’Abbazia di Corazzo che proprio dal fiume Corace che vi scorre accanto ha mutuato il nome.

Ma l’acqua è allo stesso tempo la causa dell’abbandono o del progressivo spopolamento di molti paesi da Badolato a Brancaleone, Africo, Amendolea, Roghudi. Tra le tante storie di nuove fondazioni, partenze e talvolta ritorni, merita particolare attenzione la vicenda di Nardodipace, sul versante ionico delle Serre vibonesi non perché particolarmente eccezionale ma perché in qualche modo metaforica e rappresentativa di molti altri paesi della Calabria.

L’alluvione

Ottobre 1951: “Pare che avesse cominciato a piovere per scherzo poi piano piano, l’acqua ci prese gusto e cominciò a rovesciarsi sempre più abbondante. L’Allaro, il fiume che vedete laggiù, e che è stato sempre il più crudele nemico del nostro paese, prese anch’esso a gonfiarsi e tutt’a un tratto si trascinò il ponte che ci legava alla frazione Ragonà. (…) Ci aspettavamo il peggio da un momento all’altro, ché l’acqua si rovesciava a cascate, incessantemente. E non fummo cattivi presaghi. Per fortuna era capitato quassù, mandato dalla Divina Provvidenza, il maresciallo Martorelli, allora brigadiere, il quale impose a tutti di abbandonare le abitazioni e guidò a colonna fin lassù alle case popolari. Descrivervi la scena non mi è facile: sotto l’imperversare della pioggia si pregava Dio, piangendo e urlando; si chiamava il nome dei morti perché ci venissero in aiuto. Vidi dei bambini terrorizzati aggrapparsi disperatamente alla mamma, uomini già maturi col pallore della morte sul volto. Una scena d’Apocalisse! Eravamo già al sicuro quando, improvvisamente, un boato ci agghiacciò l’anima. Udimmo degli scricchiolii… poi più nulla. Intuimmo che la frana che sempre avevamo temuto si era mossa e che Nardodipace aveva cessato di esistere”.

È la testimonianza del parroco di allora di Nardodipace, don Cosimo Fazio, raccolta (e, probabilmente, “colorita”) per il “Corriere Calabrese” da Sharo Gambino, in quegli anni era giovane corrispondente dalle Serre per vari quotidiani locali e nazionali. Su “Momento Sera” del 3 novembre 1951 il giornalista e scrittore calabrese descrive così il paese all’indomani dell’alluvione: “dall’alto di una rustica e scoscesa scalinata, ci si presentò il desolante spettacolo delle rovine: erano monchi di case disperatamente tesi verso il cielo come a supplica, erano abitazioni dal ventre squarciato che lasciavano intravedere interni di miseria e di squallore. E poi, dappertutto, travi ammassate, cumuli di calcinacci, di mattoni, di tegole frantumate, di sassi. Due terzi dell’abitato giacevano, prostrati da un destino crudele che non aveva saputo rispettare la miseria di chi mai nulla aveva chiesto e sempre tutto aveva donato.”

Fu così che il paese venne dunque sgomberato e i sinistrati, vennero ospitati nell’edificio scolastico di Serra San Bruno dove, qualche giorno dopo l’alluvione, ricevettero la visita del Presidente della Repubblica Luigi Einaudi che, stando ai cronisti dell’epoca, distribuì ai bambini “parecchi chilogrammi di cioccolata” e regalò a quegli sfortunati mille lire a testa, quasi come segno tangibile della promessa degli aiuti che lo Stato avrebbe di lì a poco dispensato.

La visita del Presidente della Repubblica venne seguita nel giro di pochi mesi da quella del Presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi che, nel marzo dell’anno successivo visitò i vari paesi alluvionati della Calabria, sostando a Nardodipace. Una visita storica quella. A Nardodipace, chi ha qualche anno in più se la ricorda ancora, tutti gli altri ne hanno in qualche modo sentito parlare: non solo perché fu l’unica volta in cui un rappresentante dello Stato centrale vi mise piede ma anche perché si decise una volta per tutte il futuro di quella comunità.

A partire dal XIX secolo era cominciato un fenomeno di spostamento a valle dei paesi calabresi. Dalle colline dove si erano arroccati sin dal medioevo, per sfuggire alle invasioni turchesche o alla malaria che infestava le coste, i calabresi avevano lentamente “riscoperto” il mare. Si abbandonavano i vecchi paesi presepe che costellavano l’entroterra calabrese, continuamente funestati da frane, isolati l’uno dall’altro, dove l’agricoltura, principale fonte di sussistenza era resa complicata dalla difficile orografia del territorio che obbligava gli abitanti a misurarsi continuamente con una dimensione “verticale” e dove “il piano” veniva strappato alla montagna, centimetro dopo centimetro, e si andava a vivere nelle marine dove sorgevano incontrollati e caotici agglomerati urbani senza identità, simili a immense periferie che tuttavia avevano definitivamente smarrito il proprio centro.

Era dunque sembrato naturale immaginare anche per Nardodipace la stessa sorte. Il paese, oramai sgomberato, sarebbe rinato sulla costa. Tuttavia durante quella storica visita del Capo del Governo i Nardodipacesi si dimostrarono piuttosto ostili all’idea di abbandonare quello che era stato lentamente e faticosamente costruito e chiesero a De Gasperi che il paese fosse ricostruito non sulla costa (comunque distante una trentina di chilometri) ma pochi chilometri più a monte, sul pianoro di Ciano, mentre la frazione Ragonà, che sorgeva sull’altra sponda del fiume Allaro, ottenne, non senza innumerevoli problemi, di poter rinascere anch’essa più a monte, ma sul cucuzzolo opposto, sull’altipiano di Cassari.

De Gasperi, che in altri paesi come Badolato era stato duramente contestato per via della mancata attuazione della riforma agraria promessa nel 1948, non se la sentì di partire senza lasciare una promessa: Nardodipace non solo sarebbe nata dove i suoi abitanti desideravano che nascesse, ma avrebbe ospitato un’enorme piantagione di tabacco grazie alla quale i nardodipacesi non sarebbero più stati costretti a partire con la solita valigia di cartone.

La new town

Forse fu il nuovo terribile nubifragio che si abbatté nel 1953 su quelle contrade, forse fu il desiderio di dimostrare la solerzia dello Stato o forse perché la ‘ndrangheta non era ancora così brava a gestire gli appalti… fatto sta che il nuovo abitato venne costruito nel giro di soli tre anni. Dove c’erano pascoli e boschi nacque un paese intero. Il progetto venne affidato a Saul Greco, famoso architetto catanzarese (lo stesso che realizzò la Stazione Termini di Roma) che progettò una new town dotata di tutti i servizi: strade larghe e spaziose, una bella chiesa dalle forme contemporanee e decorata addirittura con le maioliche di Pietro Cascella, un giardinetto pubblico per ogni via, il Municipio, il cimitero, le scuole e persino un viale dei negozi. Ma quell’agglomerato urbano, che costò allo Stato la cifra, per quell’epoca astronomica, di un miliardo e settecento milioni di lire, non divenne mai la nuova Nardodipace: rimase semplicemente “Ciano” mentre il paese “lu pajisi” continuò ad essere quel gruppo di case che aveva resistito alla furia della tempesta.

Furono molti i nardodipacesi che quasi subito dopo la consegna delle nuove abitazioni tornarono a vivere nelle loro vecchie case, qualcuna con ancora i muri lesionati dall’alluvione. Il nuovo abitato era sicuramente bello e confortevole ma era senz’anima. Le case erano dotate di giardini separati da muri di cemento che garantivano la privacy ma che allo stesso tempo impedivano la sopravvivenza di quella civiltà della ruga, fatta di chiacchiere, intimità, talvolta anche litigi, comparaggi e parentele…

E poi lassù l’inverno era lungo e rigido. Non c’erano né ulivi, né aranci dolci come giù al paese; solo pini larici e faggi.

Fu così che la comunità si scompose e i paesi si moltiplicarono: da tre (Nardodipace, Ragonà e Santo Todaro) divennero cinque, con l’aggiunta di Ciano e Cassari.

Un’altra alluvione

Nemmeno la nuova alluvione, all’inizio degli anni ’70, valse a far morire definitivamente la vecchia e ostinata Nardodipace.

Tra gli ultimi giorni di dicembre del 1972 e i primi di gennaio del 1973, un nuovo violento nubifragio si abbatté sulla zona. Nuove frane si aggiunsero alle vecchie rendendo ancora più precaria la stabilità delle case aggrappate lungo il crinale della collina. Il paese venne evacuato ancora una volta e gli alluvionati ospitati negli edifici pubblici del nuovo abitato. I tempi però erano cambiati. Da Roma non si fece vedere nessuno e le nuove case per ospitare gli sfollati vennero consegnate trent’anni dopo, quando oramai molte di quelle persone erano emigrate, altre morte.

Anche questa volta, nonostante ogni nuova pioggia facesse riaccendere la paura, la gente ritornò a vivere nelle vecchie case del paese alluvionato. D’altro canto, ora non v’era altra scelta.

Una lunga agonia

Quello che non poterono le alluvioni, poté l’incuria degli uomini e l’ineluttabilità di un destino che sembrava da sempre segnato. La tenacia dei nardodipacesi non bastò da sola a far sì che il paese continuasse a vivere. Il male aveva cominciato a succhiare la linfa vitale già da decenni e quella di Nardodipace non sarebbe stata, alla fine, una “morte per acqua”.

In un vecchio registro dei membri della confraternita del Sacro Cuore che fu attiva a Nardodipace dagli anni ’30 dell‘Ottocento agli anni ’50 del Novecento, alle ultime pagine, la maggior parte dei nomi sono sbarrati con un segno di matita rossa. A fianco l’indicazione “emigrato” o, più semplicemente “America”.

L’emigrazione rimaneva l’unica strada possibile per un paese che era passato troppo velocemente dalla civiltà contadina a una civiltà postmoderna senza nemmeno conoscere le tappe intermedie. D’altro canto alla promessa di De Gasperi di far nascere una piantagione di tabacco non s’era dato alcun seguito e, a parte gli sforzi lodevoli di qualche amministratore locale, l’unica presenza dello Stato in paese rimase quella dei carabinieri e delle tasse. “È come se tutto avesse congiurato ad organizzare la dimenticanza” osserva Mariano Meligrana nel 1977 in un articolo intitolato “La dura agonia di Nardodipace”.

Oggi gli abitanti della Vecchia Nardodipace si contano sulle dita delle mani ma la situazione del suo doppio sorto sul piano di Ciano non è di molto migliore.

Sospeso tra un “già” e un “non ancora”, privato della sua storia, reciso dalle sue radici, troppo giovane per essere un “paese” e troppo vecchio per avere ancora un futuro, l’abitato sembra avviarsi anch’esso a un rapido declino.

I problemi tipici dello spopolamento che caratterizzano le zone interne della Calabria qui sembrano addirittura moltiplicarsi. Un paese, una comunità, per poter “funzionare” ha bisogno di una certa massa critica al di sotto della quale non vi possono essere le condizioni per un vivere civile. Nardodipace ha purtroppo da tempo superato i limiti di guardia. L’emorragia di persone sembra per ora essere stata tamponata per via di provvedimenti eccezionali che hanno impiegato decine di capifamiglia come operai forestali ma, come ogni cura che si preoccupa di alleviare unicamente i sintomi del malessere, anche questa sembra non offrire grandi prospettive future: che ne sarà dei loro figli? Non partiranno forse presto anche loro, ripescando quella valigia che i loro padri avevano riposto sotto il letto?

Che ne sarà infine della vecchia Nardodipace, “lu pajisi”?

Ora che le case sono quasi tutte completamente abbandonate ad ogni temporale c’è un nuovo crollo, un nuovo pezzo di memoria che si spegne, un nuovo lutto che si rinnova.

Vito Teti aveva proposto di farne un museo dei paesi abbandonati. Ancora una volta Nardodipace avrebbe continuato ad essere il paese “metafora” della Calabria. Ma quell’idea, come molte buone idee, in Calabria, è purtroppo rimasta tale.

Antonio Cavallaro


2 visualizzazioni

Instagram stories