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Roghudi. Chiodi e bambini

«Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante

(Corrado Alvaro - Gente in Aspromonte)


Sulle pendici meridionali dell'Aspromonte, a circa 600 metri di altitudine, sorge il paese fantasma di Roghudi Vecchio, il borgo dalle mille leggende. Appartenente all'area grecanica, il suo nome deriva infatti dal greco "rogòdes", pieno di crepacci o "rhekhodes", aspro. Abitato sin dal 1050, venne poi abbandonato a seguito di due terribili alluvioni, avvenute rispettivamente nel 1971 e nel 1973.

Il borgo sorge su uno sperone roccioso, sovrastato dal Monte Cavallo, che raggiunge i 1331 metri d'altezza. Ai suoi piedi scorre, implacabile, la Fiumara Amendolea che negli anni Settanta provocò le disastrose inondazioni. All'epoca Roghudi Vecchio contava circa 1650 abitanti. Nel 1971, a seguito di piogge torrenziali che provocarono morti e dispersi, l'allora sindaco Antonio Romeo firmò l'ordinanza che prevedeva lo sgombero coatto del borgo. La decisione però non incontrò il favore di tutti. Parte dei residenti, composta da quei pastori visceralmente legati al luogo d'origine, rifiutarono di abbandonare le loro abitazioni. Gli irriducibili resistettero fino al 1973, quando un'altra violenta alluvione li costrinse a capitolare. Così, per questioni di sicurezza, gli abitanti vennero trasferiti nella tuttora esistente Roghudi Nuova, situata nelle vicinanze di Melito Porto Salvo, a 40 km dal borgo fantasma. Roghudi Vecchio assunse quindi la triste nomea di città fantasma.

Lo scenario che si presenta ai nostri occhi, oggi, è quello di un paese inquietante e misterioso. Le case sono costruite sul precipizio, in condizioni di estrema precarietà. In mezzo a tanti edifici in rovina spicca la chiesetta restaurata di San Nicola, umile luogo sacro con una croce in legno e diverse immagini votive, segno di una presenza umana che nonostante tutto non vuole abbandonare questo luogo magico. L'aria diroccata del borgo non lo rende meno affascinante: i suoi paesaggi unici attirano fotografi, curiosi e, più in generale, chiunque aborrisca il turismo di massa. Di recente il cantautore calabrese Brunori Sas ha tratto ispirazione dall'atmosfera sospesa di Roghudi Vecchio per l'album A casa tutto bene.

In questi luoghi desolati, al confine tra sogno e realtà, le leggende e i racconti popolari si sprecano: alcuni di questi hanno una decisa venatura horror. Secondo quanto riportato dallo studioso Tommaso Besozzi, a metà del Novecento venivano conficcati grossi chiodi ai muri delle abitazioni: le donne vi assicuravano cordicelle che legavano alle caviglie dei più piccoli affinché non precipitassero nel burrone, come già successo in passato ad alcuni sfortunati bambini. Alcuni credono che di notte si possano sentire ancora i loro lamenti salire dai dirupi verso il paese. A poca distanza dal borgo, nella frazione abbandonata di Ghorio di Roghudi, si trovano due curiose formazioni rocciose, la Rocca tu Dracu (Rocca del Drago) e le Caldaie del Latte. La prima ricorda la testa di un drago che custodirebbe un tesoro inestimabile, mentre le caldaie, dalla conformazione a forma di gobbe, rappresenterebbero le caddhareddhi, le pentole del latte che permetterebbero al drago di nutrirsi. Nella contrada di Ghalipò, di fronte a Roghudi, secondo gli anziani del posto vivevano le Andrade, donne con piedi a forma di zoccoli come i muli. Il loro scopo era quello di attirare con l'inganno le donne del paese verso il fiume per ucciderle e accoppiarsi con gli uomini del villaggio; per scongiurare questa minaccia le donne fecero costruire tre ponti ancora esistenti.







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